Hanashi

Scritti brevi di musica, sogni, fantasie ed esperienze presunte raccontati da finti personaggi e sedicenti protagonisti dello star system

Racconti pubblicati:

Scritto n. 14
UN AUGURIO SPECIALE
di Jem – 11/11/09

Quella mattina Miss Violet aveva una strana sensazione: sentiva che c’era qualche evento importante che aveva dimenticato. Ma nonostante si sforzasse, non riusciva a ricordare.Decise, quindi, di fare una passeggiata per Hyde Park. Magari il verde le avrebbe schiarito le idee.
Assorta nei suoi pensieri non si accorse di un vecchio amico. Il povero Steven Patrick Morrissey cercava affanosamente la sua attenzione ma con scarsi risultati. Miss sembrava in trance, in un’altra dimensione; con un urlo tipico di un italiano del sud Morrissey riuscì a svegliare Miss dalla sua astrazione. In un primo momento non lo riconobbe, non aveva più il mega ciuffo che si intravedeva nel video di “Ask” ma non si fece ingannare dal nuovo look e lo abbracciò immediatamente.
Miss, felicissima, disse: “Che bello vederti! E che strano incontrarti qui! Non odiavi i parchi?”
e lui “Cara Miss, mi sono lasciato trasportare dalla nostalgia, sto scrivendo una canzone su un mio grande amore. Lei adorava leggere ad Hyde Park. E oggi è il suo compleanno….”
E Miss: “Ma certo oggi è il compleanno di Hannah” finalmente ricordò. “Sai, siamo ancora amiche: devo assolutamente chiamarla!”.
Lui meravigliato rispose “Davvero? Io non la sento da quando mi ha mollato! Puoi lasciarle un messaggio da parte mia?”
“Certo, dimmi pure”
“Brutta stronza, avresti potuto almeno chiamarmi prima di scappare con Robert Smith!”

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Scritto n. 13
UN ANNUNCIO INASPETTATO
di Jem – 17/10/09

Dopo l’incontro con Dave Gahan, e la breve parentesi anni ’80, torniamo ai giorni nostri. La nuova celebrità protagonista del racconto è Trent Reznor dei Nine Inch Nails.

Miss Violet aveva trascorso qualche settimana in totale tranquillità a Roma, nella nuova sede italiana della Starlight Music, ma era ormai giunto il momento di ripartire per la grande mela. Era rimasta molto tempo in città, diversamente da quanto le accadeva abitualmente, e nonostante il soggiorno nella capitale italiana le fosse piaciuto e l’avesse rilassata, doveva tornare ai propri doveri: il lavoro prima di tutto!
Dopo ore e ore di volo, finalmente a casa. Il suo attico di Manhattan la attendeva con ansia, così come Rosario, la sua cameriera messicana.
Il fuso orario l’aveva scombussolata. Era stanchissima. Decise, quindi, di bere qualcosa di caldo per rilassarsi un po’, e poi mettersi a letto.
Mentre gustava la sua tisana alla menta peperita e liquirizia, le squillò il telefono aziendale.
Pensava di averlo spento. Almeno per quella sera non avrebbe voluto sentir parlare di lavoro. Ma era Trent Reznor, uno dei suoi migliori artisti, e se la chiamava era per un motivo importante, non per la solita festa del week-end dove chi non si rotolava nel fango non poteva bere alcoolici. Era stato divertente farlo a Woodstock ‘94, trovata geniale… Ma col passare degli anni ormai nessuno si divertiva più, e ora Trent rischiava di diventare noioso. Questa volta però non c’era nessun party a casa sua.
In realtà, Trent voleva incontrarla a pranzo per parlarle di un evento importante: chissà, forse aveva in mente un altro live con David Bowie? Si diedero così appuntamento per il giorno dopo.
Il mattino seguente, Violet si svegliò presto: corsetta al parco, colazione con Adam – sì, il solito Adam, la loro storia non aveva funzionato ma l’amicizia era troppo forte ed erano inseparabili come al college- e qualche ora al telefono per lavoro.
Puntuale come sempre, alle 12 arrivò Trent.
Appassionati entrambi di cucina italiana, decisero di provare il nuovo ristorante”Napul’è mille culur”.
Ordinarono un antipasto all’italiana e degli spaghetti al pomodoro niente male, ma mai come quelli che i gemelli Pace le avevano cucinato mesi prima. A metà del pranzo, Trent fece il suo annuncio.
Fu un dialogo breve, da copione, come quelli delle sitcom americane:
“Miss, mi sposo!”
“Ti sposi???E con chi?”
“Con una modella …”
“Modella?Ma una di quelle da passerella o da riviste?”
“Da riviste …”
“E dove ha posato?”
“Su Play boy.”
” … Eh, bravo, te la sei scelta intelligente vedo!!”
Da quella “leggera” ironia, si avvertì il dissenso di Miss Violet, e Trent, arrabbiato, le chiese spiegazioni.
Certo, per un uomo innamorato era una battuta di cattivo gusto, ma la nostra manager aveva le sue buone ragioni. Forse aveva dei pregiudizi sul mondo della moda, ma non le andava giù che si sprecasse con una fotomodella, tutta curve e poco cervello.
Era convinta che una donna concentrata più sull’apparire che sull’essere avrebbe tolto a Trent la sua creatività, che lo avrebbe allontanato dalle sue amicizie, o peggio, dalla musica. La felicità non fa produrre buoni testi: ”A cosa dobbiamo ‘Hurt’ allora?!”, pensò tra sé e sé. Trent ribatteva colpo su colpo, diceva che la futura moglie era la sua musa ispiratrice, che non gli avrebbe mai offuscato il talento, che non gli avrebbe mai impedito di produrre ancora testi di qualità.
“Proprio per una modella dovevi perdere la testa? Non potevi scegliere qualcuno del tuo stesso ambiente, che potesse condividere appieno la tua stessa passione?” pensò Miss, che proprio non ci voleva credere, o forse dimenticava che la maggior parte degli uomini ragiona con qualcosa che si trova molto più in basso del cervello.
“E poi?? Un matrimonio? E dopo? Una famiglia, dei figli!?”, disse ad alta voce. No, questa storia proprio non le andava giù.
Lavoro, musica e nient’altro. La vita di Miss Violet era tutta concentrata su questi aspetti. Una visione piuttosto cinica e utilitaristica, che l’aveva portata al successo, ma che le aveva spesso impedito di dedicarsi completamente a se stessa e ai propri sentimenti.
Ormai non era più la romanticona di un tempo. Anni prima avrebbe amato questa storia, sarebbe stata meno dura e prodiga di buoni consigli. Forse il lavoro le aveva fatto perdere un po’della sua sensibilità, o forse era semplicemente invidiosa di quello che stava succedendo a Trent. Certo, non invidiosa della sua ragazza, ma del fatto che proprio una come lei avesse trovato l’amore, e fatto innamorare……una rock-star!
Triste, in quel momento, le venne in mente il ricordo del suo vecchio amico Kurt. “Che brutta fine aveva fatto……” convinta che in qualche modo c’entrasse quella donnaccia!
E poi questa rivelazione proprio non se l’aspettava: in fondo lei era la manager di Trent, non la sua confidente di fiducia; aveva immaginato tutt’altro: un’idea per un nuovo disco, un live, un video, magari un duetto al Pavarotti & friends…
Il pranzo, ovviamente, fu interrotto bruscamente da questa notizia. Così la nostra Miss, visibilmente indispettita, non riuscendo a stare ferma al tavolo, si congedò dal suo commensale in tutta fretta, pagando il pranzo.
Trent, rimasto solo e deluso, stette lì a fissare quegli spaghetti per qualche minuto. Un cameriere dall’evidente accento partenopeo, vedendolo rattristato, gli si avvicinò, e lo consolò con una battuta, che sicuramente Trent non capì:

“Don’t worry Mister…. chell è zitell!!”

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Scritto n. 12
MISS VIOLET E I JACKSON 5
di Jem con la partecipazione straordinaria di Lucifera – 28/06/09

Il racconto che segue è un omaggio ad una stella della musica, un personaggio che nonostante le sue contraddizioni
ha scritto la storia del pop, un cantante difficile da dimenticare, per le sue melodie, per le sue fantastiche movenze e per i suoi continui ritocchi chirurgici. La nostra Jem ci racconterà un piccolo aneddoto, per ricordare con un sorriso il grande Michael Jackson. Un addio speciale all’amato Jacko.

Era la metà degli anni ‘60, Miss Violet aveva quasi 4 anni. Si trovava con i suoi genitori in America, precisamente nello stato dell’Indiana. Erano lì per un viaggio di lavoro del padre, il quale aveva deciso di portare con sè, per questa volta, anche la famiglia. Vi sarebbero rimasti circa un mese, e l’azienda del papà aveva affittato per loro un appartamentino in un residence, modesto ma molto accogliente. La cittadina di Gary era molto ospitale, e Miss Violet con la sua solarità strinse subito amicizia con i piccoletti di quelle vie.
Passarono pochi giorni e presto conobbero una famiglia di musicisti, i Jackson. Non potevano mancare dunque divertenti serate all’insegna del ballo e della musica. Era una famiglia molto numerosa, ma Miss legò solo con uno dei più piccoli: Michael, un simpatico bimbetto, vivace come lei. Giocavano spesso insieme, e altrettanto spesso Miss con il papà andava ad ascoltare la band che Michael aveva con i suoi fratelli, i Jackson Five. Erano dei ragazzi molto energici, coinvolgenti e Miss voleva sempre ritornarci perchè attirata da quei simpatici balletti che i fratelli si divertivano a creare.
Un giorno durante le prove, Miss si intrufolò nel garage per vedere i ragazzi ballare, era sfuggita alle mani del padre, era piccola si, ma la passione per la musica si faceva già sentire. Si rintanò sotto un tavolo, nascosta dalle pieghe della tovaglia e silenziosa stette lì tutto il tempo.
Quando smisero, Michael si accorse che c’era qualcuno lì sotto, pensò al gatto della vicina, e iniziò ad incitarlo a venir fuori. Miss si spaventò, pensava che l’amichetto si sarebbe arrabbiato con lei, così balzò subito fuori per correre via di lì e buttarsi tra le braccia del suo paparino. Quel suo scatto fu però doloroso per il piccolo cantante. Infatti, la spaventata Violet alzandosi colpì violentemente le parti intime di Michael, che toccandosi il basso ventre gridò:
“aaaaaaaaaaaauuuuuuuu!!!”

Michael Jackson 1958- 2009

Michael Jackson 1958- 2009

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Scritto n. 11
PROUD MARY
di Conrad Frehley – 03/06/09

Se ne stava sdraiato sul lettuccio scomodo ad ascoltare, per così dire, gli Angeldust. Se quella tipa non fosse stata fidanzata, beh, ora lei sarebbe stata lì ad ascoltarli con lui. Chissà se le sarebbero piaciuti… Ricordava quella volta in cui stava facendo l’amore con una tipa sui 98 chili e aveva il cd dei TNT come sottofondo. Sul più bello arrivò il momento dell’assolo del pezzo “Intuition”, lui smise di dimenarsi e si lasciò prendere completamente dalle note di Le TekrØ. La cicciona non apprezzò molto. La musica aveva la sua importanza, no?
Erano le nove del mattino. Che bevuta la sera prima! Però, che serata inutile. Oltre che con quella tipa aveva parlato con vari personaggi assurdi. I soliti frequentatori del pub HUMAN MICE, ritrovo dei “musicisti” della città bastarda. ‘Candy Candy’, un tipo barbuto e grasso, con tatuaggi dei Motorhead, e lunghi capelli biondi, gli aveva raccontato per l’ennesima volta la storia di quando aveva conosciuto Malmsteen. Il famoso chitarrista gli aveva raccontato il rapimento di quella che sarebbe diventata sua moglie. Praticamente, aveva sentito quella storia ogni venerdì sera per gli ultimi 5 anni. Le donne del MICE erano poche e tutte fidanzate, false ribelli, ricche straccione, incompetenti sia in fatto di musica che in fatto di arte in generale. Ora Windermere cominciava a preoccuparsi davvero: erano circa due mesi di astinenza! Rifletteva, guardandosi la pancia nuda, un po’ gonfia per la birra ingurgitata: “se non fosse arrivato quell’alcolizzato di un nazi extraterrestre! Comunque, la tipa la posso sempre beccare da sola, e allora, che me ne frega di quel cornutaccio di Ace, me la pappo io”. Guardò il soffitto: “dovrei fare qualcosa di costruttivo, che so, comporre una sinfonia Metal. Sì sì…qualcosa tra Sibelius e i Destruction! Però, prima mi ci vorrebbe una bella cavalcata delle valchirie, o anche di una sola valchiria!”
Decise di uscire. “Ma si! È una bella giornata primaverile. Spense lo stereo con gli Angeldust. “Strano… sembrava spento!”
Per strada, mamma mia, troppe donne di tutte le misure e fattezze. Un’orgia di immagini perverse si faceva strada nei suoi pensieri. Davanti a lui due tipe con i jeans strettissimi. Nelle sue orecchie risuonava “Seek and Destroy”. Mentre lui ripeteva a se stesso: “però dai, sono un po’ troppo magre e poi i jeans comprimono troppo i loro cervelli. Con queste qui non si può parlare, come posso mai attaccare bottone?” Così, Windermere arrivò, quasi inconsapevolmente, al negozio di strumenti musicali della sua amica Mary Rabbit: “The Puking Amp.”
Dall’interno proveniva una cascata di note di una chitarra folk suonata alla velocità della luce. Sweep picking a tutta forza e scale pentatoniche mozzafiato. Windermere entrò per vedere chi fosse il guitar hero. Era Allan Howowo! Aveva la maglietta nera con la scritta “Satriani is GOD”. “Mmm…monoteista!” Pensò Windermere. Improvvisamente, quasi apparsa dal nulla, rapida come una lepre, si parò dinanzi all’Howowo, Mary, con le braccia conserte, da professoressa, gridò con tutto il fiato che aveva in corpo: “ehi giovanotto! Qui non si può suonare, ok?” Lui, calmo, la guardò e disse: “si, si”. Lasciò la chitarra sullo sgabello e uscì dicendo: “’ngiorno!”.
“Ti sembra questo il modo di trattare i clienti?” Disse Windermere, sorridendo. “Ma dai, sono degli ignoranti questi. Non hanno mai sentito un cazzo, poi sentono un disco o due e fanno un album! Figuriamoci…”. Mentre Mary parlottava accarezzandosi i bei capelli rossi, Winderemere fu completamente rapito dall’ingresso nel negozio di un’apparizione angelica, anzi due. Due bionde, bellissime. Una vestita con una tuta di pelle nera e borchie e un’altra, mezza nuda, con una maglia bianca scollatissima, dei Saxon e la minigonna. Era un po’ ingrassata, con qualche ruga in più, ma la cultura musicale di Windermere era troppo vasta perché lui non riconoscesse, nella signora in nero, Lita Ford! Ma l’altra? Aveva qualcosa di Toni Iommi, ma non era affatto brutta, niente baffi e sui diciannove anni.
Lita si avvicinò a Windermere e disse: “tu sei Little Windermere? “Si, sono il più grande chitarrista della Val Padana”. Rispose sorridendo. “Piacere. Lita Ford! Mi manda Graham Oliver. Sai siamo ospiti nel suo trullo!”. L’altra biondina cominciò a saltellare dalla gioia. “Mamma, mamma! È Little Windermere! Che figo!”. “Lei è mia figlia Mita”. Soggiunse Lita. Mita saltò al collo di Windermere, girando: “Windy, Windy…voglio la tua chitarra!” Windermere pensò che finalmente la sua astinenza era arrivata alla fine:“entro le dieci di stasera almeno una di voi due sarà castigata! O addirittura tutte e due! Eh eh eh…” “Ascolta Windermere, mia figlia vuole comprare una nuova chitarra. Tu cosa le consiglieresti?” Chiese Lita. Windermere tornò serio, si schiarì la voce e con tono professionale disse: “per lei, direi una chitarra di quelle esoteriche. Un mio amico le definisce anche chitarre del tipo ‘twisted’. Che ne pensi, piccola?” Si si, Windy. A me piace solleticare le corde fino a farle urlare di piacere! Mi piace sentire il suono potente dentro di me! Mi piace essere dominata dalla durezza di un accordo penetrante!” Lita osservava compiaciuta la figlia. Windermere aveva lo sguardo inebetito. “Dunque, preservativi dovrei averne ancora nel cassetto del comodino”, pensò. E poi, nella sua mente, la immaginò tutta nuda che si dimenava e ondeggiava i suoi capelli californiani suonando la sua chitarra a forma di siluro. Si risvegliò dal perverso pensiero quando sentì il seno della giovane chitarrista premere sul suo petto. Lei lo stava abbracciando e gli si strofinava addosso come un animale in calore. Stava per iniziare a palpeggiarla…la mamma era consenziente.
“CHE VOGLIONO ‘STE DUE SCEME?”Il grido di Mary squarciò in un istante l’eccitante aura sensuale che si era creata fra i tre. Windermere rimase stordito dall’acuto di Mary. “Senti Windermere, devi andare ad accordare il pianoforte! Non mi fare incazzare! La signora Stuntuffi lo vuole accordato tra un’ora! Quindi muovi le chiappe e datti da fare! E voi due andate a spendere all’ipermercato, questo è un negozio per musicisti veri!” Le due, indispettite, si voltarono e se ne andarono. Il nostro eroe rimase senza parole. One Too Many Wasted Sunsets!

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Scritto n. 10
FINALMENTE
di Jem – 25/05/09

Siamo ancora negli anni 80, precisamente nel 1985.
Adam e Miss Violet si sono ormai laureati e sono alla ricerca disperata di un lavoro; inviano curriculum tutto il giorno sperando che una casa discografica li assuma e sognano di partire oltreoceano.
Nel frattempo però avevano trovato un lavoretto in un negozietto di souvenir a Russel square, Miss era alla cassa e Adam si occupava degli scaffali; misera paga ma qualcosa dovevano pur farla.
Ormai la loro vita era in simbiosi, si svegliavano insieme e a volte, come due fratellini, si addormentavano nello stesso letto. Il loro rapporto era speciale, e nonostante avessero due caratteri così diversi si compensavano a vicenda. Accadeva che litigassero per l’eccessivo disordine di Miss o per la pulizia maniacale di Adam, ma si faceva subito la pace; ormai erano anni che vivevano insieme e avevano raggiunto un certo equilibrio. Ma presto qualcosa li avrebbe divisi, i loro sogni avrebbero ostacolato in qualche modo la loro amicizia. Infatti fu così.
Adam ricevette una lettera (la sua chitarra mi regalò e fu chiamato in Americaaaa…..Gianni Morandi l’avrebbe detta così! :-) ): la Columbia Records lo voleva nella sua squadra. La sede americana della Columbia era rimasta molto entusiasta dal suo curriculum e gli offriva un ottimo lavoro e soprattutto uno stratosferico stipendio. Wow, rimasero senza parole, un sogno che diventava realtà, nn riuscivano a crederci. Adam Burns che lavora per la Columbia: Fantastico!!
Avrebbero dovuto festeggiare, ma i loro volti impallidirono quando lessero che la partenza sarebbe dovuta avvenire solo dopo 20 giorni.
Prendere o lasciare.
Adam si sedette, stette qualche minuto in silenzio, non poteva prendere questa decisione su due piedi, doveva riflettere. Ma solo uno scemo avrebbe potuto rifiutare un’offerta simile. Parlarono per ore, ed il metodico Adam iniziò a fare i suoi soliti schemini, scrivendo su di un foglio a destra i pro e a sinistra i contro, mentre Miss agitata camminava per tutta la casa mangiandosi le unghia. C’era solo un nome nella lista dei contro, l’unico motivo che lo rendeva dubbioso, l’unico motivo per cui non avrebbe mai voluto lasciare Londra:
Miss Violet.
La nostra neo-manager rappresentava ormai per lui la sua famiglia, il pensiero di lasciarla iniziò a tormentarlo. Miss era terrorizzata quanto lui, ma capì che era in gioco il suo futuro e non avrebbe mai permesso che Adam rinunciasse al sogno più grande che entrambi avevano e lo convinse a partire. I 20 giorni successivi furono per Adam pieni di cose da fare, e per primo si licenziò.
Fu questo che fece capire a Miss quanto gli sarebbe mancato Adam, il lavoro senza il suo grande amico non era lo stesso, le mancava la pausa con lui, le mancavano i Muffin al cioccolato che lui riusciva sempre a rubare per lei, le mancava il modo con cui prendeva in giro i turisti, le mancava: Adam.
Ma non volle che Adam si accorgesse di tutto questo e riusciva nonostante tutto a regalargli un sorriso. Decise, però, che non l’avrebbe accompagnato all’aeroporto per la sua partenza, sarebbe stato troppo doloroso per entrambi.
Festeggiarono l’ultimo giorno di Adam a Londra a casa, Miss noleggiò un bel film di Woody (il suo preferito), patatine e birra. Stranamente il nuovo videoregistratore Schneider reduce da una bella botta funzionava ancora :-) Finito il film, si diedero la buonanotte, niente saluti strappalacrime e decisero che la mattina dopo ognuno avrebbe proseguito per la sua strada, si sarebbero rivisti…chissà quando.
Ma Miss quel mattino era troppo distratta, aveva la testa altrove, non riusciva a non pensare ad Adam. Ad un certo punto le balenò un’idea per la testa, correre in aeroporto a salutare il suo amicone o forse stava diventando qualcos’ altro per lei?. Non potevano lasciarsi così, i suoi sentimenti erano cambiati forse c’era qualcosa in più e doveva sapere se anche per lui era lo stesso; si tolse il grembiulino, consapevole che così facendo avrebbe perso il lavoro, e si precipitò alla stazione metropolitana di Russel Square.
“Che sfiga” disse, all’entrata della stazione: erano bloccati gli ascensori e sarebbe dovuta scendere a piedi. La scritta diceva “there are 175 steps” “non ci voleva proprio!”. Ma niente e nessuno avrebbero potuto fermarla in quel momento, e iniziò a scendere.
Ma ad un certo punto si scontrò con un ragazzo, alto con i baffi, alzò gli occhi e sorpresa disse”Freeeeeddieee Mercury”…e sì, era proprio lui avrebbe voluto sommergerlo di domande, ma sfortunatamente non era il momento adatto e disse a se stessa:
“Miss, bando alle ciance, Adam è più importante” guardò negli occhi la star e gli disse :”Sir, Don’t stop me now!” Freddie stupefatto, la fece passare. Pensò che una così non l’avesse mai incontrata.
Prese la Piccadilly Line per King’s Cross Station e a farle compagnia c’era la solita vocina, il “grillo parlante” della famosissima underground inglese, che le suggeriva “Mind the gap”. Poi Di lì avrebbe preso il treno per l’aeroporto. Il viaggio in treno non finiva mai, ma fortunatamente, nonostante i 175 gradini, riuscì ad arrivare in anticipo. L’aeroporto era immenso, ma riuscì a trovare la postazione di check in. Adam era in fila, lei non sapeva cosa fare nè cosa dire, ma Adam si voltò, quando la vide il suo volto si riempì di gioia. Si mise a correre verso di lei, la abbracciò e le disse:”Grazie, te ne sei accorta… avevo dimenticato lo spazzolino a casa!!!”

Solitamente si sarebbe conclusa così la storia, ma questa volta per Miss è andata meglio: Adam era il suo vero amore, ed era innamorato di lei da sempre, ma per tutti questi anni si era accontentato della sua amicizia perchè sapeva che così non l’avrebbe mai persa.
Quando la vide lì capì che anche per lei era lo stesso e non valeva la pena nasconderlo ancora e così la baciò. Un bacio che nessuno dei due avrebbe mai dimenticato.

…..bè Meglio tardi che mai!!
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Scritto n. 9
IN LEAGUE WITH MADNESS
di Schwarzfranz – 17/05/09

“Se pensi di scappare, sei già un uomo morto”.
In effetti, c’era poco da pensare in una situazione simile. Jule si era svegliato dalla botta immobilizzato da una grossa catena, e il losco figuro che gli stava dinanzi non sembrava affatto avere intenzioni pacifiche. Alla luce della luna, riconobbe il tipico luccichio del killer seriale nei suoi occhi, prima ancora di realizzare a chi apparteneva la stridula voce che lo stava apostrofando. Secondo la legge vigente a Gamblersville, un imputato assolto con formula piena non poteva essere condannato una seconda volta per lo stesso crimine. E, sebbene Jule non fosse tipo da sofismi giudiziari, intuiva da solo che niente avrebbe potuto rallentare la sua imminente fine. Aveva dinanzi Rob Halford. E se neanche il PMRC era riuscito ad inchiodarlo, rischiava seriamente di ritrovarsi impalato nel modo più bizzarro e sadico che una mente malata avrebbe potuto concepire…
Restava una sola carta da giocare. Per quanto la cosa lo ripugnasse, iniziò a carezzare con mano tremante l’arto borchiato che lo teneva fermo in quella stramaledettissima notte.
“Giù le mani! Questa è proprietà privata!”
“Ma tu non eri…”
“Cazzate, inventate dai giornali e dalle majors per vendere più copie e intanto diffamare l’immagine del Prete di Giuda!”
“Su questo punto avrei qualche obiezione. Nella mia concezione, i preti hanno i capelli lunghi, mentre mi sembra che la tua cozza sia rasata di fresco!”
“Maledetto miscredente, pagherai la tua insolenza a fil di lama!”
Un urlo epico lancinò la notte. Di qui la memoria del nostro si mostra frammentaria, e le parole raccolte da Joe, novello Dr. Watson dei nostri giorni, sono dai più ritenute apocrife e pregne della stessa carica visionaria di chi le ha originariamente trasmesse.
L’arrivo di un guerriero le cui vergogne erano ricoperte da un nugolo di pelle di capra non rassicurò pienamente Jule, sulle prime. Quando l’uomo con la catena incontra l’uomo con la clava… e pensare che Clint Eastwood non si avvicinava neanche lontanamente al carisma recitativo di Ronald Reagan nella personale classifica del nostro beneamino, eppure si ritrovò a parafrasare proprio la celebre scena del primo spaghetti-western della storia.
Fortunatamente, la profezia si rivelò del tutto infondata, perché il muscoloso nuovo arrivato lo liberò con uno strattone dei suoi bicipiti, mettendo contestualmente in fuga il suo aguzzino; quest’ultimo raggiunse con un balzo non proprio mascolino uno sgangherato Chopper, memore forse di tempi migliori…
Riprendendosi dallo shock, Jule esclamò: “Moh, Eric Adams! Non pensavo fosse il mio giorno fortunato!”
Un luccichio ben diverso, e piuttosto preoccupante brillò negli occhi del nerboruto figlio di Thor. La sua voce era più flautata del dovuto in una simile occasione, e i suoi modi divennero melliflui: “Ora che ti ho salvato dal Prete di Giuda, sei mio debitore. Sarai mio per sempre, Shermann!”
“Ah, bella questa. Sono già asservito alla tua causa, Eric. Persino Samson deve condividere il suo loculo con le icone metalliche, a casa mia…”
“Non in quel senso, bel moretto. Quelle sono tutte cazzate inventate dalle majors e dai giornali!”
(“Ma che è, la giornata dell’autoproduzione?”) pensò Jule, perplesso. (“Se lo raccontassi, mi beccherei solo una causa multimilionaria dalla CBS e dall’Atlantic. Bella prospettiva…”).
“Ora ti mostrerò cos’è il Valhalla, altro che Secrets of Steel…”, disse, slacciandosi l’adamico rivestimento. Jule iniziò a tremare, e quasi non sentì la sirena dell’autoambulanza. Solo che non si trattava del classico camioncino bianco con una croce rossa, piuttosto di una moto da strada con una grossa testa di caprone disegnata in un pentacolo di fuoco. Ne scese un tizio in camice e con lo stetoscopio, con gli occhi iniettati di sangue e la pelata incipiente.
Il folle medico minacciò con una torcia infuocata il vichingo, che gli si avvicinò docile. Lo stesso fece l’uomo delle catene, che ovviamente non era riuscito neanche ad accendere la sua moto.
“Sono il dottor Conrad Lant, ho in cura questi pazienti. Troppo ascolto di Boy George travia le menti, lo dico sempre io… dolente, signor Shermann. Se posso fare qualcosa per lei…”
“Qualcosa per me? Ehm… preferirei di no. Boy George travia le menti, eh? Mi sa che la realtà è un po’ diversa… sa, dottore, nel dubbio torno ad ascoltare John Zorn. Con il jazz non si sbaglia mai. E dire che credevo fossero i Naked City a portare sfiga…”

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Scritto n. 8
LILLIPUT PRIDE
di Jem – 28/04/2009

Per questa volta abbandoneremo le vicende amorose di Miss Violet per dedicarci alle vicende quotidiane altrettanto sfortunate.

La nostra Miss Violet non è molto alta, anzi decisamente bassa. Ma la cosa per lei non è mai stata un problema, ama definirsi come nativa di Lilliput, scherzandoci su con parenti e amici.
Spesso dice che la fonte della sua personalità risiede proprio nella sua statura, chissà se sarebbe la stessa se fosse stata più alta. Bè non lo sapremo mai.
Comunque a scherzarci su non è solo lei, ma anche la vita ogni tanto si diverte, presentadole delle situazioni un po’ particolari che mettono spesso in dubbio la sua età. Non ci resta che raccontarvi qualche piccolo aneddoto:

Una domenica mattina

Una domenica mattina, nel suo appartamento di Londra che divideva con Adam, Miss Violet ciondolava per le camere con il suo pigiamino con gli orsacchiotti rosa e le mega pantofolone di Minnie. Ad un tratto suonarono alla porta, Miss aprì e vide un ragazzo con uno strano ciuffo, probabilmente un venditore porta a porta.
Lo dedusse dal cartellino che portava al petto “Rick Astley – Goblin Triumph “.
Il ragazzo cercò di guardare in casa sporgendosi, con il tipico atteggiamento di chi sta cercando qualcuno.
Resosi conto che la casa era deserta abbassò lo sguardo e con quel sorriso dolce con cui ci si rivolge ad una bimbetta disse:
“Ciao bella, c’è mamma?” Non era la prima volta che qualcuno le dava qualche anno in meno, ma mai così tanti.
Con gli occhi spalancati ed un’espressione incredula Miss Violet lo guardò con un misto di ironia e vergogna.
Poi ad occhi bassi disse “ehm… mamma mi ha detto di non parlare agli sconosciuti”

Al cinema

Per il weekend Miss Violet aveva invitato le sue amiche di BroomField per una rimpatriata. Erano mesi che non le vedeva e aveva tanta voglia di trascorrere qualche giorno con loro. Le mancavano le serate in discoteca e le figuracce al cinema. Organizzò un bel venerdì, cenetta italiana a casa, cinema e dopo disco.
Il film lo scelse lei, voleva vedere “Una commedia sexy in una notte di Mezza estate” del suo mito Woody Allen, si era innamorata del suo humor con “Provaci ancora Sam!”.
La cena fu un bel momento, tante risate e tanti racconti del liceo, in più Miss era un ottima cuoca, sua mamma era italiana e le aveva insegnato qualche piatto tipico quindi anche il cibo fu gradito.
Si agghindarono per l’uscita e presero la metropolitana per andare al cinema. Una volta lì si divisero i compiti: Miss avrebbe presso i biglietti e le altre avrebbero fatto strage di pop corn.
Al botteghino c’era un certo Holly Johnson che le chiese: “allora signorina quanti biglietti?” e Miss rispose: “4!” e lui con una risatina odiosa la guardò e disse:
“Tutti adulti???”

Alle poste

Miss Violet, si alzò presto quella mattina. Doveva andare alle poste con la signora che abitava nel suo palazzo; era una signora sulla settantina, completamente autonoma ma ogni tanto voleva compagnia per sbrigare qualche faccenda e Miss non riusciva a dirle di no. Qualche volta le dava anche la mancia o si sdebitava con delle torte buonissime.
Per non fare tardi non si truccò neanche. Come al solito alle poste c’era molta fila e allora Miss si sedette tranquilla a leggere un fumetto. In fondo alla sala aveva notato una ragazza insieme ad un ragazzino, probabilmente suo nipote. Aveva dei capelli rossi quasi arancio, taglio maschile che le ricordavano qualcuno…ma non riusciva a ricordarselo, forse era una cantante, ma volle evitare di fare figuracce e non le chiese nulla.
Finalmente arrivò il turno della signora, dopo qualche minuto uscirono per tornarsene a casa, Miss un po’ sbadata si scontrò con quel ragazzino, la signorina che lo accompagnava sgridandolo gli disse:
“Chiedi scusa alla bambina!!”

Di storielle ce ne sarebbero tante, per oggi ne abbiamo citate solo alcune,ma tranquilli vi faremo divertire ancora nelle prossime puntate, la vita di Miss Violet è piena di questo tipo di equivoci!!!! :-)

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Scritto n. 7
HARD TIMES
di Conrad Frehley – 30/03/2009

Little Windermere se ne stava seduto col suo ghigno alla James Dean e con un bicchiere di scotch semivuoto. Osservava la sua preda. Era un po’ in carne, come piaceva a lui. Quel libro di Gene Simmons gli aveva fatto parecchio male! Gene si sarebbe fatto qualsiasi befana… Certo, lui era più un tipo alla Glenn Tipton, musicalmente parlando, ma Gene, come lui, andava oltre il suo strumento (o era lo strumento ad andare oltre Gene?). ‘Plaster Caster’ risuonò nella sua testa. La tipa si avvicinò e gli chiese di accendere. Lui serio mise mano all’accendino e, senza indugio, la servì. Mmm… Pelle bianca, liscia e levigata… al bacio! Nel buio della campagna vedeva già le sue rotondità emergere dall’oscurità. Acquolina in bocca e in testa ‘Makin’ Love’. “Senti, parliamo dei Judas, ok?” disse Windermere con tono sprezzante e la voce un po’ nasale. “Numero 1: di che parla ‘Green Manalishi’? Numero 2: da quale band è stata composta originalmente?” “Non saprei, uffa, non so nulla dei Judas Priest (pronunciato ‘judas praist’), io sono preparata solo sulla scena canadese, gruppi del giro Anvil, Razor, Exciter” rispose lei. “Ah, bene, dimmi allora, da dove viene il nome Exciter, visto che ti piacciono tanto.” incalzò lui. “Credo da una canzone di un gruppo inglese, ehm ehm…sì, gli Atomkraft!” rispose lei con sicurezza. Lui stava già per cacciarla via quando nella sua mente si ricreò l’immagine di un contorno femminile bianco che sorgeva, come una luna brillante nell’oscurità. Si calmò. Il sottofondo mentale: ‘Thrills in the Night’. La scena canadese, pensò, togli i Triumph e cosa rimane? “Mi piacciono molto anche i Grave Digger: sono boni!” disse lei timidamente. “Ma davvero? Ma non sono canadesi canadesi, eh?” disse Windermere con l’entusiasmo del paraculo. “E gli Infernal Majesty…” incalzò lei. E Windermere: “Infernal Majesty… accidenti!” (sempre con tono da paraculo). “E perché non gli Annihilator, ti fanno schifo quelli lì?” E lei: “No, quelli sono troppo mosci! A proposito, dove mi porti?” Lui disse serio serio: “Qui fuori c’è la campagna mediterranea. Non è canadese, ma vedremo di fare del nostro meglio!” Lei sorrise con lo sguardo da ebete. “Questa mi sembra Geezer Butler dei primi album, ma almeno non ha i baffi” pensò lui. In mente si formò ancora una volta quella immagine, dalla rotondità gigeriana, biancastra e immersa nel nero. ‘Shock me’ risuonò nella sua testa. Sentì una mano sulla spalla. Si girò e vide un vecchio capellone con la faccia disfatta, vestito da Hitler, con una machine-pistol che gli pendeva sulla cintola come fosse una Les Paul Custom. “Ti faccio notare che questa è la mia ragazza!” Disse il capellone con voce flebile. Windermere rispose subito: “Bene!” Si alzò velocemente e andò verso la porta senza salutare. Aveva già visto quella faccia butterata e sentito quella voce, ma dove? Si voltò per guardarlo ancora e con enorme sorpresa notò che la cinghia da cui pendeva il suo mitra era percorsa da un fulmine argentato su fondo nero…

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Scritto n. 6
ALLERGIE
di Jem – 19/03/2009

In un’insolita giornata di sole, Miss Violet e Adam passeggiavano per Hyde Park.
Finita la sessione d’esame volevano prendersi qualche giorno di relax e divertimento prima dell’inizio delle lezioni.
Sdraiati e tranquilli vicino al lago furono sorpresi da una pallonata che colpì dritto in faccia Miss Violet.
Il dolore era fortissimo, la nostra Miss avrebbe voluto urlare e spaccare la faccia a chi l’aveva colpita e invece quando alzò gli occhi si trovò di fronte un ragazzo stupendo. Bello, bello in modo assurdo. Sembrava un modello, e con quei jeans sarebbe potuto essere il protagonista di uno spot. Miss non ebbe più
il coraggio di dirgli nulla, anzi anche se non aveva nessuna colpa gli chiese scusa perchè avrebbe potuto spostarsi.
La solita dolce imbranata.
Il ragazzo sembrava molto dispiaciuto, si presentò come Nicholas Kamen, per gli amici semplicemente Nick.
Il ragazzo avrebbe voluto discolparsi, e siccome era quasi ora la invitò a prendere un tè. Miss Violet accettò immediatamente.
“E quando mi ricapita!!” pensò.
Fu un bel pomeriggio, Nick era un ragazzo dolce e simpatico e oltre ad essere di bell’aspetto era anche intelligente! Per Miss che aveva avuto solo esperienze negative le due cose insieme erano molto rare, e decise che l’avrebbe rivisto. Si fece coraggio e gli chiese se gli sarebbe piaciuto andare a vedere un film nel fine settimana.
Nick, stranamente, accettò.
Miss Violet tornando a casa ripensava a Nick. Non ci poteva credere: il bello impossibile che esce con la sfigata; le sembrava un film. Secondo lei qualcosa sarebbe andato storto!
Ad un tratto però sul bus si ricordò che aveva piantato in asso Adam al parco senza rendersene conto, “e adesso chi se lo sente” disse ad alta voce.
Entrò di corsa in casa, e bussò alla sua porta ma lui non rispose.
“Oh cavolo”, pensò “l’ho fatta grossa”
Allora aprì e lo vide sdraiato sul letto, con lo sguardo fisso nel vuoto come in trance. Dopo qualche minuto, il silenzio fu rotto dalle parole di Adam:
“E’ lei la donna della mia vita, finalmente l’ho incontrata”.
Ecco spiegato tutto: Adam si era innamorato. Sì, l’aveva conosciuta mentre Miss e Nick erano a prendere il tè.
Era una ragazza americana di nome Veronica Ciccone, era lì in vacanza. Miss Violet non poteva che essere felice, tutti e due avevano incontrato qualcuno, parlarono per tutta la sera dei loro incontri e solo all’alba si addormentarono. In quella notte insonne decisero che sarebbero usciti tutti e 4 insieme, entrambi si sarebbero sentiti
meno imbranati se fossero stati vicini.
La serata fu divertente, scoprirono che Nick e Veronica erano aspiranti cantanti, ma Nick per vivere in attesa del successo faceva il modello; mentre Veronica era alla ricerca di un nome d’arte. La sua filosofia era trovare un nome che conoscono tutti così nessuno l’avrebbe dimenticato.
Si era fatto tardi, Nick accompagnò Miss a casa e Adam accompagnò Veronica in albergo. Ovviamente Adam tornò il pomeriggio dopo.
Miss gli chiese come era andata. Adam era triste. Veronica era partita per l’America e sapeva che non l’avrebbe mai più rivista.
Ma la serata era stata fantastica, non l’avrebbe mai dimenticata. Poi notò che Nick non c’era e che Miss era sdraiata sul divano come una malata.
E le chiese:
“Hai mangiato troppe noccioline ieri? E ora stai male… lo sai che sei allergica e ti creano problemi intestinali!!! E poi Nick dov’è?”
E Miss arrabbiata, con se stessa, rispose: “C’hai preso in pieno!” e con un tono sarcastico disse “…quando la diarrea ti sorprende!!!!”

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Scritto n. 5
LA PRIMA VOLTA DI MISS VIOLET
di Jem – 24/02/2009

1981. Miss Violet stava iniziando la sua nuova vita da studentessa universitaria nella grande Londra.
Si era trasferita lì da una piccola cittadina inglese, Broomfield, e si era iscritta alla London Business School per cercare di realizzare il suo sogno: diventare manager musicale.
Londra era così grande per una ragazzina di 19 anni, e Violet si sentiva piccola e sola.
Ma si ambientò presto. Non aveva molti amici, ma quei pochi che aveva la facevano sentire come a casa. Conobbe Adam Burns, un ragazzo che frequentava con lei alcuni corsi, un biondino timido ed introverso, studioso, meticoloso e maniaco delle pulizie, ma appassionato di buona musica e molto simpatico. Inoltre avevano in comune lo stesso sogno e questo li avvicinava tantissimo. Diventarono presto grandi amici, ma niente di più. Non c’era nessun interesse nè da parte di uno nè da parte dell’altra.
Adam un giorno disse che avrebbe dato una festa, avrebbe suonato suo fratello maggiore con la sua band i Nightmares in Wax. Miss Violet era ansiosa, avrebbe potuto scoprire un nuovo talento, e magari cominciare a fare pratica… ma forse era un po’ troppo presto, era solo al primo anno!
La sera della festa Adam le presentò il fratello Pete, Pete Burns, per gli amici Pick. La leggenda vuole che questo soprannome derivasse dalle sue grandi “prestazioni”… musicali.
Miss Violet pensò “Che carino!”. Non si fece sfuggire l’occasione e attaccò subito bottone parlando di musica, gli fece un sacco di domande sul suo gruppo, scambiarono più di 4 chiacchiere, era volata un’ora e il concerto stava per iniziare. Aveva riconosciuto in lui la stoffa dell’artista, certo un po’ stravagante ma aveva molta personalità e non vedeva l’ora di ascoltarlo per esprimere un giudizio anche sulle sue doti canore. La sognatrice che era nascosta dentro Miss Violet venne fuori… ormai era fatta, la nostra Miss si innamorò (ancora!). Durante il concerto si scambiarono qualche sguardo, e gli occhi di Miss sembravano quelli di un manga innamorato… a cuoricino! A fine concerto, le si avvicinò Adam ,e le disse che anche Pick era interessato a lei .”Wow, stasera mi butto!” pensò Miss Violet, come aveva cantato Rocky Roberts nel ‘67.
Trascorsero tutta la serata insieme, risero tanto e ad un certo punto Pick le disse:
“Your eyes spin me around like a record”.
E Miss Violet lusingata rispose:
“Sai, questa frase potrebbe diventare una hit famosa in tutta il mondo”.
Tra una battuta e l’altra e dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, si ritrovarono avvinghiati in camera da letto. Miss Violet non aveva mai fatto l’amore prima. Era, quindi, un po’ emozionata, ma si sentiva in buone mani. Si lasciò trasportare da quell’omone che, nonostante non conoscesse bene, era capace di infonderle tutta la sicurezza di cui aveva bisogno in quel momento, non le faceva paura, e in più era dolce e tenero.
L’atmosfera era magica: lui le sussurrava parole dolci, le accarezzava i capelli, la stringeva forte a sè; lei non riusciva a crederci, era davvero arrivato il suo momento, e poi proprio con una futura star!
Fu così che, travolti dalla passione, Pick e Miss Violet finirono sotto le lenzuola, e lui le regalò la sua prima notte d’amore.
Il cuore della nostra futura manager palpitava di gioia. Ma dopo qualche minuto, lui si fermò e, con aria soddisfatta, le chiese:
“Ti è piaciuto?”
E lei, sorpresa:”Ma come,giaaaaaà Faaaaatto??”
Poi, ricomponendosi, esclamò in un misto tra sarcasmo e delusione: “Beh, e menomale che c’è Pick!!”

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Scritto n. 4
ONE MORE SUNNY DAY
di Schwarzfranz – 17/02/2009

Una domenica come le altre. Una di quelle in cui il sapore del ragù di rito si fonde con quello delle campane, con il sole che inonda la biancheria stesa ad asciugare. Non a casa Shermann, ovviamente. Il sole era una presenza eterea, appena percettibile attraverso le strette fenditure delle veneziane, e “Into the Pandemonium” girava ormai da giorni sul piatto impolverato. Sempre in cerca di nuove fonti di ispirazione, Jule si era da tempo concentrato sulla riproduzione delle antiche atmosfere caldee. Forse i Celtic Frost, da indomabili e freddi svizzeri, non erano i più vicini alle torride atmosfere della Mesopotamia prealessandrina, ma questo a Jule non interessava. “Questo gruppo ha una sua spiritualità” soleva ripetere, e il concetto, benché fuori luogo nel consesso di una qualsiasi congregazione religiosa, era ben chiaro nella sua testa.
Improvvisamente, qualcosa si frappose tra il ghiaccio celtico e il mondo delle lenzuola bianche. Un suono secco alla porta, come di un bastone a pomello, perfetto nella scena di uno di quei gialli di terz’ordine che imperversano sulle bancarelle dei mercatini. Contrariato, e non poco, il nostro ricompose la lunga coda di capelli dietro la nuca, e si preparò ad accogliere il mondo esterno.
Sulle prime, l’impressione di trovarsi davanti ad uno di quegli specchi deformanti da luna park era evidente. L’ospite indesiderato aveva una coda identica, solo di colore un po’ più grigio, e un paio di occhialini a specchio che sembravano proprio la riproduzione in miniatura di quelli del padrone di casa. Ma le similitudini si fermavano qui, perché la giacca di raso, gli anelli alle dita e soprattutto il pomello figlio dell’Orient Express davano all’avventore fermo sul pianerottolo l’aria di un signore distinto in stridente contrasto con la spartana atmosfera che lo circondava.
“È permesso?”
“…”
“Il signor Jule Shermann?”
“In persona. Non mi sembra lei sia sulla lista dei miei creditori…”
“Prego?”
“Non faccia caso. Si accomodi. Da dove viene?”
“Leicester, per la precisione…”
“Non proprio al di là del fiume, eh? Bel posto… conoscevo dei ragazzi simpatici che venivano proprio da lì. Teste calde, però…”
“Non saranno quelli delle Milizie per la Fede in Cristo? Mio nipote ci va a scuola insieme.”
“Sì, un po’ riottosi, ma in fondo sono dei bravi figli…”
Il misterioso personaggio si era già accomodato sull’unica poltrona della stanza. Non mostrò di gradire particolarmente il materiale di ricerca di Jule, ma “Oriental Masquerade” si avviava alle sue battute conclusive, e veniva prontamente sostituita dalla più godibile “Spellbound”. Almeno Rik Emmett riportava in pari l’atmosfera con quella di una canonica domenica, lacerando il crescente imbarazzo di Jule. A migliorare la situazione pensò l’ospite, tirando fuori una fiaschetta in ferro di color porpora. “Un bicchierino?”. Jule lasciò rilassare le braccia puntate alla cintola, e avvicinò a sé la fiaschetta. “Buono, all’inglese, diciamo…”
“Ho sentito il tuo demo, sulle frequenze di Radio Clash” iniziò il nuovo arrivato, senza indugi.
“Sì? Interessante…”
“Prima di tutto… Final Evidence, che razza di nome è?”
“Il nome del mio gruppo, appunto. Potente, quadrato e cattivo!”
“Qui ci vuole qualcosa di diverso. Accessibile, e fruibile da un pubblico di caratura elevata.”
“Che significa?”
“Significa che il tuo modo di suonare la chitarra mi interessa, ma in un contesto diverso, di più ampio respiro.”
“Ah, perché tu suoni?”. Il tono reverenziale era completamente scomparso in Jule, che ora iniziava a vedere il suo interlocutore per quello che era. Un vecchietto, in avanti con gli anni, che cercava di darsi un tono da Sean Connery dei poveri, con tanto di occhialino a rimarcare la sua superiore età ed esperienza. Di personaggi così erano pieni i negozi di dischi della città, sempre pronti ad affollarsi attorno all’ultima ristampa degli Humble Pie, e a lodarne le doti evocative di un passato fortunatamente sepolto tra le ragnatele delle vecchie collezioni.
“E poi, cosa sono quelle pellicce indossate sulle foto promozionali? Ci vuole qualcosa di più sgargiante, colorato, arioso…”
“Come mettere le tastiere nel metal…”
“Hai centrato il punto. D’altronde, sono il mio strumento.”
L’occhio dell’ospite cadde sulla vecchia Farfisa coperta da un telo bisunto. Con malcelato disappunto, il distinto signore si sedette e iniziò a scorrere i tasti. Scorrere era una parola grossa, perché di lì a poco la tastiera iniziò a ondeggiare sul trespolo traballante, sospinta dai gomiti dell’attempato suonatore, e dalla sua stazza non proprio leggera.
“Suona meglio Ivanov alla funzione domenicale”.
“Prego?”
“Lascia perdere, nonnetto, sei indietro di quarant’anni. Mai sentito parlare di un certo Keith Emerson? Con il suo avvento, il vecchio Hammond è finito in cantina, a far compagnia alle divise dell’esercito di Galtieri e ai discorsi elettorali di Callaghan.”
Il riferimento ad Emerson sembrò andare a segno, e l’interlocutore si sentì punto sul vivo. Tuttavia, ebbe la presenza di spirito di reagire. “Certe atmosfere non tramontano mai, figliolo.”
“Vecchia ciabatta” disse Jule, a denti stretti.
“Si potrebbe fare qualcosa insieme…”
“Un duetto chitarra e sedia a dondolo? Sei patetico nonno, il rock non è una partita a bridge. Se prosegui su questa strada e arrivi alla stazione, c’è un tizio che fa proprio al caso tuo. Suona tutti i giorni, solo che invece di un ampli, ha un cappello rovesciato con degli spiccioli dentro. I miei, perlopiù. È un bravo figlio anche lui…”
“Anche Tommy la pensava così, e guarda che fine ha fatto…”
“Attento nonno, Samson ti guarda. E non dimenticare il bastone!”
Visibilmente deluso, il fugace s’incamminò silenzioso per le scale, borbottando ancora qualcosa. Il portone si richiuse alle sue spalle, e la limo nera su cui era salito si avviò lenta lungo la strada, non prima che l’autista avesse deliziato il vicinato con le pulsanti note di basso di “A Gypsy’s Kiss”.
“Spaccone” pensò Jule. “Invece del taxi poteva anche farsela a piedi!”
Dopo qualche minuto suonò il campanello. Era Joe, stranamente in anticipo, con un paio di cartoni di birra sotto il braccio.
“Hai sentito? C’è Jon Lord in città!”
“E cosa è venuto a cercare in questa fogna?”
“Sembra sia a caccia di talenti nascosti, in vista di un suo imminente rientro sulle scene!”
“Beh, che cazzo, potremmo organizzare una session con i Final Evidence! Magari chiamo quel mio amico giornalista…”
“Lo stesso che ha scritto che sembriamo i Metallica di Kill’em all? Non è il biglietto da visita migliore! E poi, con quella foto promozionale…”
“Dai, che siamo forti!”
Jule prese una birra e la stappò, assaporandone il gusto fresco. Un altro giorno era iniziato. Altro che quel bourbon di second’ordine. Un inglese che beve il bourbon? Ma per favore…

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Scritto n. 3
KISS ME GEORGE!
di Jem con la gentile collaborazione di Mefisto – 10/02/2009

Era il 1980.
Miss Violet aveva poco più di 18 anni, sul viso qualche cicatrice da acne ,e capelli giallo paglierino arruffati come un cespuglio.
La sua più grande passione era andare a ballare un po’ di buona musica, divertendosi a fare strane coreografie con le sue amiche, e cominciava ad avvicinarsi al dark inglese che stava spopolando proprio in quegli anni. Da tipica adolescente sognava di incontrare il grande amore, e spesso le capitava di incantarsi e fantasticare ad occhi aperti.
Un giorno, mentre cercava un bel disco nel reparto “Musica” di un centro commerciale si scontrò con George, un ragazzone dagli occhi azzurro cielo, capelli lunghi e fisico statuario. Fu un colpo di fulmine: se ne innamorò perdutamente.
Dopo le scuse reciproche per l’incontro-scontro, e le presentazioni di rito, optarono per prendere qualcosa insieme in un bar; tra una chiacchiera e l’altra scoprirono la passione comune per la musica e per l’arte, e soprattutto per Andy Wharol; a tal proposito George le consigliò di guardare un cortometraggio del grande artista: “Kiss”……”Questo ce stà a provà”, pensò tra sè e sè Miss Violet, ma senza farsi troppe illusioni.
Da quel pomeriggio continuarono a vedersi, passeggiavano, parlavano dei più svariati argomenti e facevano shopping insieme; insomma, sembravano andare particolarmente d’accordo e si era creato un discreto feeling. Lui le consigliava sempre il look giusto, e non si annoiava mai di girare per negozi:…”Che strano per un uomo”, si ripeteva Miss Violet, pensando di aver trovato un tipo decisamente originale; ma si trovava bene con lui,la faceva star bene, ed era la cosa che contava di più. Lei si innamorava ogni giorno di più, lui la riempiva di complimenti ma non succedeva mai niente sul piano fisico, neanche un casto bacio.
Fu così che Miss Violet decise di farsi avanti: ormai dentro di sé avvertiva tutto un turbinio di sentimenti, per cui decise di invitarlo ad un concerto dei Siouxsie and the Banshees e di dichiararsi. Cercò di essere il più carina possibile, curando in particolar modo l’aspetto estetico: minigonna, corpino, tacchi vertiginosi e un lucidalabbra luccicante, quello al frutto della passione che le aveva consigliato proprio George.
Quella notte fu divertentissima:George non le staccava gli occhi di dosso e, stranamente, fu proprio lui sulle note di “Mirage” a tentare di baciarla, ma rimasta sorpresa dalla mossa,Miss Violet si fece travolgere dall’emozione, e senza proferir parola, scappò via.
Nei giorni seguenti non si videro, lei rimase in casa per la vergogna, fin quando una sera decise che fosse ora di finire la clausura, e di uscire con le sue amiche. Si accordarono per andare al solito locale, a trascorrere la solita serata, con i soliti stupidi balletti. In realtà quello che avrebbe voluto era chiamare George, magari per vederlo e per potersi scusare per la figura da ingenua ragazzina che aveva fatto; non lo fece, bloccata sempre dalla solita timidezza, ma rimase con la speranza di poterlo incontrare. Giunte al locale, sorprese, le ragazze notarono che quella sera si sarebbe esibito un nuovo artista: BOY GEORGE.
Quando cominciò ad esibirsi, Miss Violet si accorse che quella sul palco era una donna, con le spalle larghe e molto alta, e rimase stranita, avendo creduto dal nome sulla locandina che Boy George fosse un uomo. Ma quando iniziò ad intonare i primi versi di “IT’S RAINING MAN”, Miss Violet fu colta dallo stupore, e rimase senza fiato, con la bocca spalancata: quella cantante altri non era che il “suo” George, e si muoveva addirittura in maniera disinvolta con le calze a rete e sui tacchi a spillo!
… “Oh cavolo…”, pensò Miss, sempre più confusa e attonita, “…è gay!”. In quel momento capì il perchè andassero talmente d’accordo, persino nello shopping….
Aspettò la fine dell’esibizione, poi lo raggiunse nel backstage: doveva sapere, voleva delle spiegazioni, si sentiva anche un po’ presa in giro.
George si stava rivestendo, ma aveva ancora il rossetto sulle labbra; lei, con l’espressione della delusione sul volto, gli chiese:
“Ma se sei gay,perchè al concerto non facevi altro che guardarmi? E perchè hai pure tentato di baciarmi?”.
E lui, spogliato della sua finta virilità, le disse:
“Bambola, avevi un corpetto da urlo, e poi volevo verificare se quel Lip gloss faceva davvero ammorbidire le labbra!”

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Scritto n. 2
JULE SHERMANN LOOKS LIKE ME
di Schwarzfranz – 03/02/2009

Non sembrava la serata migliore. Anzi, non lo era. E forse per questo la pinta scura faticava a scendere oltre la metà del bicchiere.
Pertanto, anche la ricca presa di tabacco da pipa sarebbe restata immacolata ancora per un po’ nel taschino.
“Aspetterò che la birra scenda un po’” era la giustificazione che Jule avanzava dinanzi ai compari, schiere di impeninenti fumatori, ad ogni scuotersi ritmico di seggiole dopo la sorsata di rito.
Ma quella sera, dei compari nessuna traccia. Non che ci fosse troppa gente in giro con quel freddo.
Sarà stato per quello che la tipa segaligna seduta a gambe all’aria su uno sgabello lo stava fissando da tempo; solo che lui sembrò accorgersene solo quando, con un balzo che non aveva nulla di felino, lei scese dal podio e andò a sedersi proprio di fronte a lui.
“Ciao”. Mmm, Bristol, riconobbe Jule dalle prime sillabe.
Parlava, parlava, ma le parole sembravano perdersi nelle luci basse del locale.
E d’altronde, i capelli tradivano il profumo secco del mare d’Irlanda. Inconfondibile.
“Mi chiedevo se… ti andrebbe di vederci.”
“Eh?”
“Dimmi sì e basta. Ti scrivo il mio indirizzo. Vieni quando vuoi.”
Scribacchiò qualcosa su un post-it, che appiccicò al bicchiere, poi si alzò e girò i tacchi.
Jule lo prese, se lo rigirò tra le dita, come per verificare la tangibilità dell’avvenimento. Un numero, un nome dal suono di lavanda. Beth!
“Manco se Peter Criss me l’avesse servita su un piatto d’argento!”
Fu allora che notò Joe che si avvicinava a lui, il sorriso stampato in faccia come di consueto.
“Novità?”
“Tre mesi di magra e senti che mi succede stasera…”
“Porcellona a caccia?”
“Porcellina, direi…”
“Numero di telefono?”
“Sì… è questo. Simpatico, il nome…”
Joe era assorto nella lettura del biglietto. Eppure, sembrava non contenere più di una riga.
“Cazzo, Beth Gibbons!”
“Ah già, il cognome è Gibbons. E allora?”
“Ma come, Beth Gibbons!”
“E chi è?”
“Come chi è? Cazzo, Beth Gibbons! I Portishead!”
“Dummy?”
“Seee, disperso tra le tue cassette nel cartone! Beth Gibbons, un mito, e me lo dici così?”
“Sarà un mito, ma non è uno dei miei miti. Manco fosse… Wendy O’ Williams. E comunque ora devo andare.”
“Vecchia volpe”, rispose Joe, ma Jule era già in strada. Meccanicamente, raggiunse l’indirizzo scritto sul biglietto.
Dopotutto, era una bella pollastrella. Un po’ secca, ma non era il caso di sottilizzare. Appunto.
Lei venne subito alla porta. Era ancora vestita, e la gonna al ginocchio confermò la sua prima impressione.
“Più che secca, un grissino”, si disse.
Scandagliò la sua memoria per ricordare qualche episodio della vita di lei, artistica e non.
Eccone uno interessante: si diceva lei avesse avuto una tresca con quel grassone di Graham Oliver.
Erano solo voci, ma… una punta di gelosia si sedimentò sulla bocca dello stomaco. Che ci trovava in quello?
“Britannici” pensò, ma intanto l’occhio cadde sulla generosa scollatura che lasciava intravedere il piccolo seno albionico,
ma soprattutto sullo spacco della gonna che non lasciava spazio a molta fantasia sulla forma delle bianche gambe da gazzella.
Jule accettò di buon grado il bicchiere di scotch che Beth gli offriva senza tante cerimonie. Fu allora che lei esordì…
“Ho finalmente trovato il mio biscuit!”
“Potente! Questa sa il fatto suo. Manco fossi Vinnie Vincent!” sentenziò il cervello, o qualche luogo del basso ventre di Jule. Fa lo stesso.
“Ho sentito tanto parlare di te, Jule…”
(“I told her: baby, this ain’t no pistol, that’s my love…”)
“È da quando sono in città che speravo di incontrarti…”
(“I TOLD HER: BABY, THIS AIN’T NO PISTOL, THAT’S MY LOVE…”)
“Sei così… come ti immaginavo!”
(“E non ho messo la maglietta dei Lyon!”)
“Allora, andiamo?”
(“… LOVE GUN!”)
“Non sto più nella pelle…”
(“Neanche a me…”)
“Era da tanto che volevo farlo…”
(“…”)
“… seguire una lezione del catechismo!”
“Che cosa?”
“E partecipare ad una riunione del Partito dei Cristiani Pentecostali”
“Ma che…?”
“E alla fine andiamo a vedere i Violet Theatre!”
Quel salice piangente si agitava ancora di entusiasmo tipicamente anglosassone,
quando Jule richiuse il più delicatamente possibile la porta alle sue spalle e si incamminò per la via del ritorno.
Anche i Violet Theatre… era troppo. Una vagonata di sfiga. Non era questo che intendeva quando pontificava sui colpacci che si facevano in chiesa.
Una cosa era partire da lì, per ritrovarsi chissà dove. Un’altra era arrivarci, dopo che l’incontro era stato così… terreno!
E poi, era tutta colpa di quella maledetta toppa dei Trouble. Domani, al massimo dopodomani, scucirla dal maglione. Priorità assoluta.
“Buongiorno Jule, Pravoslavia Italianska!”. Era Ivanov, già in abito talare, che lo scrutava alle prime luci di quell’alba ingrata.
Già, priorità assoluta. E disfarsi anche del saio dei Candlemass, donatogli da Messiah Marcolin in persona. Metteva strane idee in testa alla gente.
Ma forse, per quello, si poteva aspettare fino alla prossima domenica…

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Scritto n. 1
A LETTO CON DAVE!
di Jem – 26/01/2009

In una notte buia e tempestosa (le grandi storie cominciano sempre così) la nota manager musicale Miss Violet, stava per incontrare il bello e tenebroso Dave Gahan per un appuntamento di lavoro .
Il cantante dei Depeche Mode era interessato ad una collaborazione con uno dei musicisti della sua etichetta. Allo scopo si incontrarono in un noto locale alla moda della capitale italiana per discutere dei dettagli; Dave da galantuomo ordinò due birre: una Moretti e una Guinness. Ma stranamente la Moretti era per lui e la Guinness per lei.
“Che strani questi stranieri…” pensò Miss Violet, abituata alle Raffo del musicista di cui gli avrebbe parlato più tardi. Mentre Miss Violet beveva a gran velocità la sua birra, Dave le spiegava come avrebbe voluto fosse il tipo di collaborazione con il suo cliente. La sua idea era quella di promuovere nuovi artisti emergenti, lasciando quindi libero spazio alla creatività del talentuoso…
Ma aveva ancora qualche dubbio, e voleva chiarirlo con la talent scout. Fu solo per questo che la invitò a seguirlo in albergo per mostrarle un video; o almeno ciò era quello che  voleva farle credere. Miss Violet era fortemente intenzionata a conludere l’affare e non esitò ad accettare.
Una volta in albergo, Dave mostrò molto più interesse per la signorina che per il suo futuro collaboratore, ma a lei tutto ciò non dispiaceva. Mentre guardavano il video e sorseggiavano un drink lui le accarezzava i capelli, e con la classica scusa dello sbadiglio le mise una mano sulla spalla. Il video era una versione inedita di “I FEEL YOU” che Dave le dedicò confessandole che era tutta una scusa per stare da solo con lei. Non contento le disse anche che lo aveva conquistato per la velocità con cui aveva bevuto la sua birra: “Miss” disse “sembrava che non ne bevessi una dai tempi di Speak & Spell”.
Miss Violet incredula e tremante, non riusciva a credere che quel bel fusto fosse interessato davvero a lei e non si fece sfuggire l’occasione di baciarlo.
Fu una notte di passione. Dave, nonostante la sua ars amatoria, non resse i ritmi della nostra manager e presto si addormentò. La mattina seguente, Miss Violet delusa, si svegliò presto e lasciò il suo numero sullo specchio del bagno, scrivendolo con il classico rossetto rosso!
Dave la richiamò dopo qualche ora per confermarle la collaborazione, e le confessò che le aveva lasciato il suo numero da qualche parte sul suo corpo.
La nostra furba manager, non appena ricevuto in ufficio il contratto firmato da Dave, le mando un sms con scritto :

“ITALIANS DO IT BETTER!”

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9 risposte

27 01 2009
Becchino

ti piocerebbe…..:-)

3 02 2009
mari/zucca

“a letto con dave” è fantastico!…magaaaaari! :D

19 03 2009
mari/zucca

Nick! anch’io ero infatuata di lui quando ero piccola! :D
bellissimo il racconto!

19 03 2009
mari/zucca

ahahahah! fortissima la tua prima volta!

10 05 2009
Mari

:-D gli aneddoti di Miss Violet sono fortissimi! Mi hanno fatto morir dal ridere…dei racconti il mio preferito è “A letto con Dave!”! Veramente simpatico!

18 10 2009
drusilla

…miss Jem…complimentoni davvero!!!…sai che a me queste cose mi fanno morire…!!!ora voglio rimanere aggiornata…!!!ahahahahahah!!!

19 10 2009
Schwarzfranz

bella quella del ristorante dei gemelli Pace… vedo che preferisci la cucina siciliana a quella napoletana!

11 11 2009
mari/zucca

ahahah! no mò voglio sapere chi è Hannah!
comunque Moz alla fine l’avrebbe comunque scaricata! è gayssimo!

11 11 2009
Jem

…Probabile, ma non si è mai ufficialmente espresso sulla sua sessualità! Però questa volta non l’ho fatto apposta a scegliere un personaggio dalla sessualità ambigua…:-D

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